Era una foto sbiadita, con gli angoli addirittura bianchi. E gli occhi della donna lucenti come di lacrime silenziose erano l’unica cosa viva. La teneva in mano un ragazzo vestito di scuro e imbarazzato mentre diceva ad Antonino Uccello: “E la foto di mia madre. La conservi lei, professore. Io parto per la Germania e non ho a chi darla. Se torno qui, nella casa posso ritrovarla”. La “casa”, come la chiamiamo a Palazzolo Acreide era la creatura di Antonino Uccello, metà etnologo e metà poeta, volato forse troppo vicino al sole, come Icaro con le sue ali di cera. Raccontava la storia dei contadini .
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